10 marzo 2013
Per una nuova nomenclatura: non chiamiamoli più "grillini"
AVVERTENZA: segue SATIRA
Diciamocelo, "grillino" ha rotto il cazzo. L'epiteto, intendo. Perché "grillino" ha perso la sua aura saccente con cui additare i seguaci del signor Giuseppe Piero, in arte Beppe. È giunta l'ora di un nuovo termine, ideato specificatamente per indicare i migliori esempi di grillini, quelli che si sentono eletti dal fato prima che dal popolo. Quelli che –per dirla con Guccini– "stan sempre con la ragione e mai col torto" e che al limite è colpa dei giornalisti o dei microchip nelle vene. In loro onore, abbiamo coniato il termine "grilletto". Perché ci diverte un mondo sfotterli e vederli infuriare applicando gli sfanculi del loro idolo su di loro. Perché per il permalosissimo grillino, è cosa buona e giusta mandare a 'fanculo gli altri. Solo, gli altri. Non sia mai che uno fuori dalla cerchia, magari uno che ha votato Grillo solo perché l'alternativa faceva ancora più cagare, si metta a criticare gli adepti.
Abbiamo scelto "grilletto" perché ci piacciono i richiami militar-sessisti, ideali per far infuriare le componente pacifista/ambientalista/vegana/femminista del movimento. Certo, forse non avrà lo stesso impatto su chi "il fascismo primordiale senza il folclore sì" (c'è il rischio che lo si prenda come complimento), ma ci possiamo accontentare.
Ci dicono che però sia già pronto un intervento che sarà pubblicato a pag. 18 de "Il Fatto Quotidiano" in difesa dei M5S da parte del premio Nobel Dario Fo: "Grilletto è un termine nobile. Basti pensare che già nel XIII secolo, nella prima citazione occidentale delle armi da fuoco, Ciullo Lenone da Lago Fegatello esaltava il grilletto nella sua famosa composizione carnevalesca:
Che se te volessi abbraccià
Collo dito mio sur grilletto 'llà
Nissun male mi potesse fà
Pistola caldissima fellicità
31 gennaio 2011
22 dicembre 2010
30 novembre 2010
25 novembre 2010
(qui la versione in inglese del clip da "Annie Hall")
Proprio come in "Io e Annie" di Woody Allen, sembra che il messaggio di Marshall McLuhan sia ancora lungi dall'essere compreso. Ultima in ordine di tempo a fraintenderlo (o semplicemente a citarlo alla cazzo) è la corrispondente del Corriere Alessandra Farkas e autrice di un pezzo sulle recensioni di Ron Charles. Cito dall'articolo:
Prima di tutto sarebbe interessante capire cosa la Farkas intenda con il verbo "ridefinire"; vuol forse dire che i video di Ron Charles cambiano il significato dell'analisi di McLuhan? O che lo confermano un'altra volta? Comunque sia, la Farkas prosegue attribuendo a Ron Charles l'utilizzo di tecniche che fanno il verso alla cultura di Twitter e Facebook. E qua si capisce che la Farkas non ha capito un fico secco.
La frase di McLuhan, "Il medium è il messaggio" sta a significare che ogni medium ha delle sue caratteristiche intrinsiche che comunicano qualcosa indipendentemente dal contenuto scelto per il messaggio trasmesso dal medium. Quindi anche se Charles mutuasse delle modalità d'espressione da un altro medium (Twitter) per esprimersi tramite i video online, non starebbe e non potrebbe modificare il messaggio insito nel medium da lui scelto per le sue recensioni bibliografiche. Starebbe semplicemente veicolando un medium attraverso un altro, così come si può mandare un film in televisione o si può fare un film da una pièce teatrale e così via. Ovviamente così facendo non si sfruttano però le caratteristiche del medium prescelto (un film visto alla tele è diverso da un film visto al cinema. Vedasi la controprova dei film flop al botteghino ma cult in video).
A un livello più basso, la Farkas sbaglia poi anche ad attribuire a Charles l'uso di tecniche indirizzate al pubblico di Twitter e Facebook. Se così fosse, per esempio, i suoi video durerebbero molto di meno dei circa quattro minuti che durano in media; seguendo il dogma della brevità dei 140 caratteri di Twitter, i video dovrebbe durare massimo un minuto e mezzo. Brevità che per altro è regina su YouTube anche senza scomodare gli altri social network, visto il contenitore multitasking che non aiuta la concentrazione.
Infine, nonostante l'approsimatività dell'articolo del Corriere, le videorecensioni di Ron Charles sono ironiche, divertenti e ben fatte.
9 ottobre 2010











