18 maggio 2010


Grandissimi Municipal Waste, finalmente a Tokyo. Ma andiamo con ordine.
Ieri (in realtà il 12 maggio) concerto al Club Quattro di Shibuya: ci sono arrivato giusto in tempo, dopo qualche bestemmione tirato al GPS del mio iPhone che è di una lentezza impressionante fra gli edifici della metropoli; mi sa che sarà meglio tornare alla classica mappetta stampata. Comunque la prima cosa notevole del Club Quattro è che si trova al quinto piano di un normalissimo edificio con scale mobili. Entri e ti sembra di essere in un qualsiasi negozio (ci sono libri, fumetti), poi arrivi al quarto piano ed è pieno di metal heads. Grazie alla pre-prenotazione, il mio biglietto numero 55 mi concede d'entrare fra i primi e così riesco a piazzarmi contro le transenne all'estrema sinistra, una posizione che s'è rivelata ottimale: visione perfetta (il Club Quattro è davvero piccolino), ma fuori dalla bolgia del mosh pit (non ho più l'età, se mai l'ho avuta).
Alle 18:45 in punto iniziano i Toxic Holocaust. Penso che la recensione di BNR Metal dica un po' tutto: i Toxic Holocaust sono praticamente una one man band che propone un thrash grezzo ma competente. Il cantante e chitarrista è l'anima e fulcro della band, ma non m'è dispiaciuto neanche l'energico e giovanissimo batterista, a volte affannato ma essenziale e corretto per il genere. Non si può certo dire che i Toxic Holocaust siano originali, ma sono genuini e sanno come strutturare una canzone.
Cosa che invece manca completamente ai Warbringer, secondi a salire sul palco e ampiamenti ultimi come qualità. I problemi dei Warbringer sono molteplici, dalla già citata incapacità compositiva ai problemi d'organico: il batterista non c'azzecca, assolutamente mellifuo, fa inutili ghirigori sul rullante mentre si vanta di come riesce ad andare veloce usando il rimbalzo della bacchetta. Bocciato. Il bassista m'ha ricordato la band di poser di "School of Rock" (quella che licenzia Jack Black tanto per intenderci), passa più tempo a studiare cosa si metterà sul palco e a pettinarsi che a suonare il basso e si è comprato un basso 5 corde perché fa figo, ma la quinta corda poteva anche fare senza attaccarla per quello che l'ha usata. Il secondo chitarrista dimostrava sì e no 17 anni (la signora e il signore occidentali che mi sono apparsi a fianco potevano benissimo essere i suoi genitori): il povero ragazzo si impegna ma tecnicamente non c'è ancora e sul palco è trasparente. La cosa migliore che si possa dire del cantante è che "el sömea un bù shcet" (sembra un bravo ragazzo). I suoi discorsi di introduzione alle canzoni con voce semiroca sono sospesi tra il raccapricciante e il ridicolo. Come capacità canore tutto sommato ci starebbe anche, ma l'apice della sua performance arriva quando apre una lattina di birra tenendo il microfono vicino alla linguetta: applausi. Il restante chitarrista era quello che sembrava più convinto, con più presenza e con più tecnica: peccato fosse dall'altra parte del palco e il mix fosse fatto in modo che io l'abbia a malapena sentito. Ma soprattutto, e questo vale anche per i Toxic Holocaust, questi gruppi in particolare e un po' tutti i gruppi di questo revival del thrash mancano di senso dell'umorismo e autoironia. La verità è che questi tizi suonano un genere che è già stato fatto e fatto meglio 25 anni fa: non ci si può prendere sul serio. Cosa che i Municipal Waste non fanno per niente. Sanno di essere una band da party, una band dove i primi fan sono loro stessi e dove il sano mix con un'attitudine punk li rende unici ed assolutamente simpatici.
Salgono sul palco e appena li vedi sai che saranno fantastici perché sono onesti. Già fisicamente sembrano caricature di rockstar e la loro musica corre lungo la sottile linea che separa il tributo più sincero e la parodia dei loro idoli metallici. Tony Foresta, il cantante il cui vero mito è Weird Al, sul palco urla i suoi testi su zombie, squali e alcolici come se fosse una ragazzina adolescente nella sua stanza drappeggiata di poster hardcore. Con il chitarrista Ryan Waste forma l'essenza dei Municipal Waste. Se Tony è l'anima punk del gruppo, il chitarrista è l'anima metal: il connubio perfetto del crossover, punk con chitarre thrash o metal con attitudine punk che dir si voglia, fondamento che sommato alla demenzialità li connette a doppio filo ai leggendari S.O.D.
Il concerto inizia con l'intro Hazardous Mutation (la prima canzone che ho cantato a Riki) e finisce con il bis di Born To Party ("Municipal Waste is gonna fuck you up!"). In mezzo tutti i pezzi migliori, da Terror Shark a Wrong Answer, da Beer Pressure a Black Ice con dedica a Cliff Burton ("cause we fucking loved that man"). Propongono Kill The President per George W. Bush in tre diverse versioni: normale (10 secondi), brutal (5 secondi e cantata gutturalmente da Ryan) e saltellante rap. La sezione ritmica non perde un colpo: batterista e bassista sono grandi (non in statura). Il primo ricorda il Lord Brummel delle "Vite degli uomini illustri" di campaniliana memoria, ovvero dell'arte di non farsi notare: più ti fa fare headbanging, meno lo noti. Il bassista passa un po' meno inosservato anche a causa di barba e capelli: il suo stile è da enciclopedia metallica, galoppante quanto basta e ci delizia pure con un simpatico solo.
Il concerto procede rapido fra stage diving e wall of death; Tony tenta il suicidio lanciandosi dai tre metri delle casse del palco e gettando nel panico il ragazzo addetto a gestire il cavo del microfono (c'è pure quello qui in Giappone); Ryan si scola una cinquina di Asahi Dry, le suda tutte e poi "Satan is on our side tonight".
Alla fine, si esce con poca voce e un po' di mal di collo; saluto e mi professo fan davanti a Mirai Kawashima dei Sigh che riconosco vicino al banco del mixer e faccio pure i complimenti al cantante dei Toxic Holocaust. Incontro pure i Warbringer: toh, una bella pacca sulla spalla al chitarrista più valido e si ritorna fra la Shibuya di gyaru e hosto.

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